Il GIORNALE - Milano, mercoledì 25 settembre 1985
MANGIARE IN LIGURIA
La Calata a Lerici
Lerici, per la sua dolce e a volte tormentata bellezza ha meritato la
citazione da parte di sommi poeti, tra cui Dante (canto III del Purgatorio)
che probabilmente qui sostò nel 1314, e Petrarca, oltre a un vero
attaccamento da parte di altri grandissimi, quali Shelley e Byron.
Siamo ancora nel pieno di quel romantico e turbolento Ottocento, e precisamente
nel 1883, quando a Lerici, a pochi passi dalla calata, nei locali di un
seicentesco magazzino marinaro, si sistema una piccola osteria con cucina
ad uso dei pescatori e degli allora rarissimi turisti. Si chiama proprio
così, "La Calata", ed è condotta, per quasi un secolo di filato,
dalla medesima famiglia di ristoratori, fino a che, nel 1978, viene rilavata
dai fratelli Solari. Uno di essi, Silvano, che è da circa vent'anni
alle dipendenze, come chef, vede così avverato il suo sogno di ragazzo,
mentre nello stesso tempo è garantita la continuità qualitativa
della cucina. Con Giovanni e Annibale che aiutano in sala, Silvano rende
felice una clientela affezionata.
È una serie di piatti in cui "l'arzillo del mare" e la freschezza
dei prodotti della terra sono all'ordine del giorno. Da consigliarsi, tra
gli altri, la "panissa" fritta, gli spaghetti con aglio e frutti di mare,
la zuppa di datteri, le penne al pesce spada, gli spaghetti primavera (con
pomodoro, gruviera, pinoli e altre verdure), gli spiedini di pesce, i filetti
di sogliola, il pesce spada ai ferri. Tra i dolci, la torta di frutta alla
crema e la deliziosa "crème brulé", a base di rosso d'uovo,
panna e zucchero caramellato.
Alla Calata (…) sotto le pittoresche antichissime volte in vista del porto
e del golfo, circondati da cento ricordi marini, possiamo ritrovare una
intimità antica, che rende più piacevole il gustare e il
sorseggiare i vini della ricca e vecchia cantina. [f.a.]
AL FESTIVAL DELLA CUCINA LIGURE DI NERVI
"Gino la calata" di Lerici ha presentato il "suo mare"
Alla ribalta del secondo festival della cucina ligure s'è presentato
il ristorante lericino «Gino la calata».
Un nome che sa di barche da pesca, di cavi bagnati dalla maretta e di pipe
colme di buon tabacco da fumarsi sul molo quando il tempo è tiepido e
invitante.
«Gino la calata» è il più
vecchio ristorante lericino e probabilmente anche uno dei più vecchi
della Liguria. Nacque, infatti, sullo stesso molo gremito oggi di turisti di
ogni genere, nel 1886, quando ospiti di passaggio nel paese rivierasco erano
quasi esclusivamente pescatori sorpresi dal mare grosso, che bevevano vino
di Narinasco, «sciacchetrà» e mangiavano zuppe di pesce
in attesa che le cose di calmassero. L'antica clientela, sbracciata e rumorosa, è
stata sostituita, al parco di Genova - Nervi, da quella raffinata e
ingioiellata - signore in visone e signori in blu - che ha preso in simpatia
la manifestazione nerviese e sta aggiungendo al festival gastronomico anche
una nota di mondanità.
Alfredo Caloni, che è succeduto al padre nella
direzione del ristorante, non s'è però lasciato intimidire
dalla presenza degli eleganti clienti e sui centocinquanta coperti della
serata gastronomica ha riversato gli stessi genuini prodotti che appagavano
un tempo gli appetiti, forse più, robusti, dei clienti del vecchio
«Gino».
Oltre ad essere uno dei più antichi ristoranti liguri,
«Gino la calata» è anche uno
di quelli che hanno il mare a più breve distanza. Soltanto pochi
palmi di molo e un paio di "bitte" dividono la porta del locale dalle
acque del golfo. Non poteva esservi quindi ristorante più qualificato
per i piatti di mare e «Gino la calata»
non si è risparmiato nel settore delle leccornie marine, scomodando
almeno quindici diversi tipi di pesce negli antipasti, nelle minestre e
nelle pietanze. Ha cominciato con i tartufi di mare e dopo aver riesumato,
col cappon magro, una delle più celebrate ed anche difficili
pietanze genovesi, ha proseguito nella stessa atmosfera con il
miscuglio di mare e i celebratissimi spaghetti alla «Gino»
che costituiscono, nel campo della gastronomia, un piatto da brevetto: spaghetti
bolliti e poi conditi con un particolarissimi (e misterioso) brodo di mare,
cui una spruzzatina di «curry» aggiunge un sapore di esotico tono.
La presenza dell'intingolo indiano è apparsa forse una variazione in
tema di cucina ligure, ma i più, apprezzandone gastronomicamente il
sapore, negli spaghetti alla «Gino», hanno obiettato
che, anche nella cucina, città e cittadine di mare non possono non
subire l'influenza degli stranieri di passaggio e che se un indiano in
turbante costituisce un personaggio frequente in un porto, anche il
«curry» può essere serenamente accolto in un
piatto di spaghetti cotto in un paese di marinai.
Con un'inalterabile fedeltà al mare,
«Gino la calata» ha poi offerto agli ospiti
aragoste di tana al guscio, filetti di sogliola, spiedini di gamberi, baccalà
della nonna, noce di vitello alla «calata» e un'insalatina
capricciosa che, uscendo dal tema marino, ha concluso le pietanze.
La serata, quarta nella serie del festival nerviese, ha visto la presenza di
ospiti di riguardo sia tra il pubblico, dove vi erano numerose autorità,
sia fra i rappresentanti della giuria capeggiati dal marchese Gavotti e
dall'ammiraglio Giulio Zino, membro autorevole degli intenditori di cucina.
Tra il prefetto e l'avvocato Marsano, presidente dell'Azienda autonoma
di Nervi, sedeva inoltre Donna Hamilton Fifield, giornalista specializzata
in gastronomia del «New York Herald Tribune». Da Nervi,
navigando piano piano, la ricetta del «baccalà della
nonna» arriverà sino a Manhattan.